Newsletter del 9 ottobre 2020

Vedo anche uno spicchio di cielo. L'“Oasi S. Teresa” si allena a pensare positivo

«Ma cosa credete? Credete che io non veda il filo spinato, non veda il dominio della morte? Li vedo. Ma vedo anche uno spicchio di cielo. E questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore. E in questo spicchio di cielo che ho nel cuore, io vedo la libertà e la bellezza. Non ci credete? Invece è così». Queste parole di Etty Hillesum, scrittrice ebrea morta nei campi di concentramento, ci provocano a cercare nella realtà ciò che inferno non è (come suggeriva Italo Calvino).

In questo periodo difficile, non ce lo nascondiamo, i nostri pensieri sono spesso concentrati sui problemi da risolvere e su quello che “non funziona”. Questo fa parte della psicologia umana che naturalmente tende a concentrarsi su quello che non va, per economia e per rispondere ai segnali di allarme.
In un momento come questo però è importante vedere invece, allenarci a vedere anche le cose positive.
Uno degli aspetti che in questo periodo storico sta mettendo a dura prova le nostre realtà è il rapporto con le famiglie. Diverse scuole riportano alcune difficoltà con i genitori dovute principalmente ai cambiamenti organizzativi che ogni struttura ha dovuto attuare causa emergenza Covid-19.
A fronte però di alcuni che si lamentano, occorre segnalare le tante famiglie che riconoscono lo sforzo fatto e ringraziano, così come ha fatto con le seguenti parole una mamma della scuola dell’infanzia "Oasi Santa Teresa" di Imola:
“Gentile Suor Vincenza, desidero ringraziarla per il suo impegno nel riaprire l'asilo nonostante l'attuale incertezza generale. Sono meravigliata di come siate riusciti come scuola privata a proporci di nuovo un servizio così ampio. Certo, prima era ancora più ampio, ma viste le attuali condizioni il risultato è più che ottimo e la mia personale opinione è che voi avete fatto tanto per venirci incontro.
Quindi di nuovo le dico grazie e speriamo che tutto da ora in avanti possa svolgersi con nuovi ritmi e nuove abitudini che tutti dovremo cercare di far diventare nostre. Una Ave Maria stasera sarà sicuramente per l'Oasi”.

Le parole di questo genitore testimoniano il cammino verso una corresponsabilità educativa non ridotta a slogan o al rispetto di regole contenute in un patto. In questa direzione, all'interno delle scuole federate si sta creando un vero e proprio movimento di pensiero e di proposte, che hanno come scopo proprio quello di tenere le famiglie “dentro alla vita” della scuola (anche se fuori dagli edifici). Sarà bello raccontarci questo movimento anche nei prossimi numeri della newsletter.

Lara Vannini, pedagogista FISM

'Sacro Cuore' di Minerbio. Una scuola all'aria aperta, dove 'il dentro' diventa un'eccezione

Con questa frase le insegnanti della scuola "Sacro Cuore" di Minerbio hanno iniziato l’incontro con le famiglie per presentare la progettazione e l’organizzazione del nuovo anno scolastico. Fare scuola all'aperto significa progettare la giornata educativa per rispondere ai ritmi del bambino e alle ragioni educative della scuola. Ecco il loro racconto.

Tre aree del giardino sono state trasformate in tre sezioni, ciascuna così organizzata: zona per l’accoglienza, zona dei materiali, zona per la costruzione di capanne, zona per il pranzo.
Lo spazio dell’accoglienza è stato creato sotto alberi secolari, con tronchetti disposti in cerchio: è il luogo dove si inizia la giornata, si fanno le presenze, conversazioni, si raccontano storie. Per “il gioco delle presenze” abbiamo pensato di utilizzare un sasso, consegnato alle famiglie prima dell’inizio della scuola, a cui era legata una mappa che conteneva le indicazioni per il kit per “diventare esploratori”: zainetto, lente di ingrandimento, torcia, corda, sacchetti, guanti da giardiniere, borraccia, cappellino, equipaggiamento per la pioggia. Il sasso è il simbolo di “Io ci sono” che ogni bambino utilizza nel momento delle presenze; il kit dell’esploratore viene utilizzato per esplorazioni e scoperte.
Lo spazio della costruttività è stato implementato con materiali naturali ed oggetti di scarto recuperati nella zona industriale. La scelta di questi materiali risponde ai bisogni dei bambini di conoscere il mondo, promuovendo il gioco e l’esperienza come possibilità di scoperta e crescita. Il bambino osserva, esplora, confronta, trasforma, costruisce.
Il momento del pranzo ha comportato un'organizzazione e una collaborazione tra insegnanti e personale ausiliario per le norme igieniche da rispettare e per non perdere di vista il valore educativo e relazionale che il pranzo rappresenta. Abbiamo scelto di continuare ad utilizzare tovaglie di stoffa e stoviglie di ceramica; per lo sporzionamento del pasto utilizziamo un carrello porta vivande.
Predisponiamo tappetini da stretching personali per il riposo pomeridiano; merenda e ricongiungimento si svolgono all'aperto.
Il positivo che già riscontriamo è vedere i bambini tranquilli, che inventano giochi ed apprendono sperimentando. I tempi della giornata sono distesi, le voci pacate, ogni momento è goduto ed apprezzato. Il nostro sguardo si apre allo stupore e alla bellezza dello stare all'aperto. Prendendo le parole di Monica Guerra: “Fare scuola all'aperto significa fare un pensiero serio e competente su chi sono i bambini, su come crescono, su come apprendono, sul contesto che offriamo loro nella conoscenza”.

Caterina Selva, coordinatrice e le insegnanti

I diritti dei bambini. Dopo il grande silenzio: si ripopola l'alveare dei giochi

Da alcune settimane il personale educativo di nidi e scuole dell’infanzia, con zelo e speranza, ha riaperto le porte ai bambini e alle loro famiglie, facendo tesoro di tutto quello che è successo nei mesi di chiusura causata dall'emergenza sanitaria. Ma c’è qualcosa che non ha lasciato indifferente chi ritiene che l’educazione e i servizi per l’infanzia siano un bene collettivo e non un bene privato: è un dato di realtà che durante il lockdown i bambini siano stati pericolosamente dimenticati! Sono molti i traguardi faticosamente conquistati dall'infanzia negli ultimi decenni; nel 1989 la Convenzione ONU ha sancito “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” e tra questi vi è anche... il diritto al gioco. Un diritto che siamo chiamati a difendere, come accaduto nell'episodio che condividiamo in questo articolo.

Martedì mattina ore 10. Sono nel giardino di un Nido che si trova nella prima periferia di Bologna, con un gruppo di 12 bambini della sezione grandi. Li osservo con interesse mentre giocano all'interno di un contesto pensato e progettato per loro dalle educatrici: tutto è a misura di bimbo. C’è chi sale e scende dallo scivolo, attendendo in autonomia il proprio turno, chi pesca infilando un rametto nella fessura tra il muro ed un grosso tubo, chi raccoglie un po’ d’ erba per poi cucinarla nella padella (quella vera), avendo cura di rigirala ogni tanto con il mestolo. Sono bambini che hanno vissuto l’esperienza del lockdown e che ora hanno ritrovato luoghi, spazi e sorrisi che nel precedente anno educativo avevano appena assaporato.
Tutti i bambini sono affaccendati nel loro lavoro con attenzione, concentrazione, con il corpo, il cuore e la mente. Penso di essere privilegiata perché posso stare con loro e perché ho imparato (e ho tanto da imparare) da loro... e mi torna alla mente il testo della “Canzone di Maria Chiara” (Se non ritornerete come bambini, non entrerete mai...), parole che risuonano in me dai tempi del catechismo e mi accompagnano nel vivere quotidiano.
Ad un certo punto sento una voce adulta che mi chiama: sollevo lo sguardo al primo piano della casa che confina con il Nido e trovo affacciati alla finestra un ragazzo ed una ragazza. “Mi scusi, può dire ai bambini di fare più piano?”, mi chiede il ragazzo. D’istinto rispondo: “Non hanno mica la sordina!”
Lui incalza: “Devo fare una videolezione con il mio professore dell’Università e se dovessi intervenire, si sentirebbero i rumori dei bambini”.
Rispondo spiegando che il bambino è rumoroso per natura e che se le pentole si chiamano batteria di pentole, è perché suonano come un vero strumento musicale. Infine gli ricordo che durante il lockdown anche i bambini sono stati “agli arresti domiciliari”, ma anche i bambini hanno dei diritti, tra cui il diritto di giocare.
Alle parole “Anche tu sei stato un bambino”, il ragazzo chiude la finestra ed io mi accorgo di avere gli occhi dei bambini puntati su di me: hanno ascoltato ogni parola, hanno respirato le emozioni veicolate dai suoni della mia voce. Accolgo i loro visi con un sorriso e loro tornano a giocare, mentre io rifletto sull'accaduto e su quanto la pandemia abbia silenziato i bambini.

Daniela Mughetto, musicoterapeuta e pedagogista FISM