
Dal 10 al 12 giugno Rimini ha ospitato la seconda edizione degli Stati Generali dell’Infanzia e dell’Adolescenza promossi dalla Regione Emilia-Romagna, dedicati quest’anno al tema “Generare: nascere figli, crescere genitori”. Un appuntamento che si conferma laboratorio permanente di idee e politiche pubbliche, con al centro una delle principali sfide del nostro tempo: la natalità
Per tre giorni istituzioni, studiosi, educatori, operatori sociali e professionisti si sono confrontati su come restituire alle giovani generazioni la possibilità concreta di scegliere di costruire una famiglia. Il messaggio emerso con forza è che contrastare la denatalità non significa soltanto incentivare le nascite, ma creare le condizioni sociali, economiche e culturali che permettano alle persone di diventare genitori senza sentirsi soli.
Il coordinamento pedagogico di FISM Bologna è stato presente alla prima giornata di confronto ed interventi dove sono stati portati contributi da politici ed esperti del settore.
In particolare l’assessora regionale a Scuola, Welfare e Politiche per l’Infanzia, Isabella Conti, ha ribadito che il problema non è la mancanza del desiderio di avere figli, bensì l’assenza di servizi, reti di sostegno e opportunità che rendano possibile realizzare quel progetto di vita. Servizi educativi accessibili, sostegno alla genitorialità, conciliazione tra vita e lavoro, politiche abitative e comunità inclusive, sono gli strumenti indicati per garantire una reale libertà di scelta.
L’iniziativa si inserisce nel percorso che porterà alla nuova legge regionale sulla natalità, l’infanzia e la genitorialità, attualmente in fase di costruzione insieme all’intergruppo assembleare dedicato alla questione demografica e coordinato da Ugolini Elena e Ferrari Ludovica. L’obiettivo è realizzare un intervento concreto e integrato che metta in relazione welfare, salute, scuola, servizi educativi e sostegno alle famiglie.
Il programma ha affrontato temi cruciali come educazione, adolescenza, pari opportunità, lavoro femminile, welfare di prossimità e nuove forme della genitorialità, coinvolgendo autorevoli esperti italiani e internazionali, tra cui Concita De Gregorio e Matteo Lancini.
L’evento ha ribadito una convinzione condivisa: generare non significa soltanto far nascere un figlio, ma costruire una comunità capace di accogliere, sostenere e accompagnare la crescita delle nuove generazioni. Una responsabilità collettiva da cui dipende il futuro dell’Emilia-Romagna e dell’intero Paese.
Coordinamento pedagogico FISM Bologna
Nell’immagine Gustav Klimt, L’albero della vita (1905/1909)

Crescere i figli nell’era digitale: tra smartphone, videogiochi, chat e social, fa nascere la domanda che un po' tutti noi genitori ci facciamo ogni giorno: "Sto facendo la cosa giusta?" Per rispondere a questo interrogativo — o meglio, per imparare a porselo insieme — la nostra scuola ha promosso un ciclo di tre incontri dedicati proprio al tema dei dispositivi digitali, guidati dallo sguardo esperto e accogliente di Daniela Pozzana, psicologa e coordinatrice pedagogica. Ma se vi aspettate le solite lezioni teoriche o una lista di rigidi "divieti", siete fuori strada. Il vero cuore di questa iniziativa è stato qualcosa di molto più profondo: l'opportunità di condividere, per non sentirsi soli
La tecnologia corre veloce, spesso più velocemente della nostra capacità di comprenderla a fondo. In questi tre appuntamenti, lo spazio si è trasformato da semplice "aula" a luogo di ascolto. Genitori con figli di età diverse si sono guardati negli occhi e hanno scoperto di condividere le stesse identiche fatiche: la gestione del "tempo dello schermo", i baci della buonanotte sostituiti dalle notifiche, la paura dell'isolamento.
Il primo e più grande valore dell'esperienza è stato proprio questo: abbattere il muro del senso di colpa. Capire che la gestione dei media digitali in famiglia non è una sfida privata da vincere o perdere in solitudine, ma un percorso comune.
Grazie alla guida della professionista Daniela Pozzana, gli incontri hanno offerto una mappa per orientarsi, trasformando i dubbi in punti di partenza per riflettere. Non si è parlato del digitale come di un "nemico da sconfiggere", ma come di un panorama da esplorare insieme ai nostri figli.
Ecco i tre grandi nuclei emersi dal confronto:
• Dalla disconnessione alla connessione reale: prima di spegnere il tablet, è fondamentale accendere il dialogo. I dispositivi diventano meno totalizzanti se l'alternativa è un momento di vicinanza e ascolto vero.
• Regole condivise, non imposte: i limiti funzionano meglio quando i bambini ne comprendono il senso. Costruire insieme un "patto digitale" in famiglia aiuta a sviluppare la responsabilità individuale, che vale molto più di un filtro sul router.
• L'esempio che diamo: una riflessione sincera ha riguardato anche noi adulti e l'uso che facciamo dello smartphone quando siamo a tavola o passiamo del tempo con i figli. Il cambiamento parte da piccoli gesti quotidiani.
La scuola ringrazia di cuore le famiglie che hanno scelto di investire il proprio tempo in questa iniziativa. Mettersi in discussione è il regalo più grande che possiamo fare ai nostri figli per aiutarli a diventare cittadini digitali consapevoli, critici e, soprattutto, felici.
Caterina Selva, coordinatrice attività educativo-didattiche della scuola dell’infanzia Sacro Cuore di Minerbio
Nell'immagine la locandina degli incontri

Perché è interessante rispolverare i ‘giochi di una volta’? Sono giunti a noi attraverso il passaparola, costruiti con materiali poveri, semplici; sono nati nel cortile, sulle strade, nelle piazze e nelle botteghe. Tutti sapevano che attraverso questi giochi i bambini si divertivano e crescevano. Sono giochi legati al movimento, all’equilibrio, alla conoscenza di sé, alle proporzioni del proprio corpo… e sono esperienze che ‘aggregano’, creano legami e promuovono la cooperazione. Dopo decenni, la pedagogia ha identificato nel movimento grosso-motorio la radice di ogni apprendimento. Infatti, tutto ciò che avverrà sul foglio, dovrà prima essere stato sperimentato nello spazio attraverso tutte le funzioni del sé. E ancora oggi, come allora, i giochi della tradizione hanno il loro fascino… basta riproporli e osservare ciò che accade. Vi racconto di un gioco senza tempo, che può “nutrire” anche nelle calde giornate estive in famiglia
Metti una maestra della scuola dell’Infanzia con vari anni di insegnamento, dentro un negozio di giochi e giocattoli vari, per acquistare un regalo per il figlio di un’amica. Tra le mensole cade l’occhio su una scatolina di metallo con sopra scritto: “French Skipping! Vintage memories”. Il nome non dice nulla, ma l’immagine è chiara: il gioco dell’elastico.
Un tuffo nel passato e immediatamente tornano alla memoria ricordi di quando ero bambina e giocavo con le amiche.
Non ho resistito e il giorno seguente l’elastico era a scuola con me, dopo aver studiato su YouTube le varie sequenze dei salti ed averle imparate a memoria.
Incerta se fosse troppo difficile per i bambini della mia sezione, che hanno 3, 4 e 5 anni, ho osato.
Istruzioni:
Materiale: elastico e 4 caviglie (in mancanza di compagni, si può giocare anche da soli, usando due seggiole in modo tale che le ‘gambe’ fungano da caviglie umane).
Numero giocatori: da 1 a illimitati. Si può giocare uno alla volta, turnando, ma anche due o tre in contemporanea che dovranno eseguire movimenti sincronizzati.
Età dei giocatori: 3-99 anni, dipende dall’agilità fisica.
Luogo: in esterno, ma anche interno.
Come funziona? Due bambini, uno di fronte all’altro, si distanziano in modo tale da tenere tirato l’elastico posizionato all’altezza delle caviglie. A questo punto si hanno due parti di elastico in parallelo ed un terzo bambino dentro l’elastico, può iniziare a saltare in 1000 modi diversi, secondo sequenze inventate o precise che aumentano di difficoltà. Quando un bambino sbaglia perché non riesce a effettuare il giusto salto (cade, inciampa, si incastra con l’elastico impigliato ai piedi, salta fuori invece che dentro… ), si fa cambio e inizia a giocare un altro bambino.
Scopo del gioco: saltare, divertirsi, mettere alla prova le proprie abilità.
Chi vince? Tutti, perché ognuno cerca di superare i vari livelli migliorando se stesso!
Chiaramente chi è molto abile riuscirà a completare tutti i livelli! E allora l’elastico verrà posizionato dalle caviglie al polpaccio e poi, superato anche questo livello, verrà messo fino al ginocchio in modo tale da aumentare la difficoltà.
Quali conoscenze occorrono o si apprendono?
Concetti: alto, basso, dentro, fuori, sopra, sotto, di lato, davanti, dietro, (contemporaneamente/insieme), unire, allargare, chiudere, incrocio…
Quali abilità? Saltare, coordinarsi, capire le consegne/ istruzioni, copiare dagli altri dopo aver visto, memorizzare le sequenze, attenzione, concentrazione, consapevolezza che i piedi occupano uno spazio, consapevolezza del proprio corpo in movimento…
Quali competenze? Provare e riprovare per migliorare; vincere la paura e rischiare; accettare l’errore/sbaglio e riprovare; lasciare il posto una volta sbagliato o finito; accettare di guardare gli altri; stare fermo per tenere l’elastico; avere consapevolezza delle proprie capacità; comprendere perché si sbaglia per provare ad eseguire correttamente il salto.
Cosa può accadere? Che i bambini di 5 anni inizino a saltare e provare tutti i livelli semplici, poi quelli più complessi, seguendo il mio suggerimento. Che alcuni bambini di 4 anni abbiano tentato con buoni risultati; che i tre anni si mettano in fila per provare… e con grandissimo sforzo e concentrazione riescano soddisfatti a compiere alcune sequenze.
Quali imprevisti? Che la maestra si metta in gioco e riesca, con tantissimo impegno, a terminare le sequenze con ammirazione da parte dei bambini; che un bambino insegni agli altri come fare le mosse complesse con incroci; che una bambina non riesca a saltare con i piedi in simultanea, ma scavalchi l’elastico prima con un piede e poi con l’altro; che i bambini facciano la ‘conta’ per decidere di chi è il turno per ‘prestare’ le caviglie tenendo l’elastico; che l’ausiliaria provi a coordinarsi e non riuscendo inciampi…(e tutti ridano); che il bambino con disabilità riesca a saltare con l’aiuto dell’insegnante; che durante il ricongiungimento all’uscita, sorelle, fratelli e mamme si cimentino nel gioco; che alcune mamme insegnino mosse ‘nuove’ che avevano imparato da bambine.
Ma la cosa più bella è che accade che si divertano tutti, aumentando il desiderio di ‘riuscire’ e migliorare, che aumenti l’autostima di sé e soprattutto che sia un gioco davvero inclusivo.
Ogni bambino, infatti può giocare e ‘so-stare come vuole’, per le abilità che ha acquisito fino a quel momento. Non esiste un bambino (a meno che abbia difficoltà motorie) che non riesca a fare nulla e non possa ‘superarsi’.
Un gioco vintage che molti non conoscono, ma che offre tante possibilità… E allora queste estate può essere il momento di iniziare… anche in famiglia!!!
Buona estate e buoni salti a tutti!
Claudia Ventura – insegnante e pedagogista FISM
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