L'arcivescovo Zuppi lancia la sfida alle nostre scuole. L'identità alla prova della strada

“Vecchie suore nere, con che fede in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione”. L’arcivescovo Matteo Maria Zuppi all’assemblea annuale della Fism di Bologna cita il Guccini (tra la via Emilia e il West) per ricordare che, al di là delle scelte successive dell’educato, la frequentazione della scuola parrocchiale o delle religiose è un riferimento imprescindibile.


 L'arcivescovo, raccogliendo le sollecitazioni del presidente Rossano Rossi e dei gestori, ha indicato la strada da percorrere in un contesto di profonda trasformazione. “Dobbiamo ripartire dalle famiglie per aiutare i ragazzi che non ce la fanno a frequentare le nostre scuole. Solo così potremo vincere il rischio dell’elitarismo e dell’autoreferenzialità”. Raccogliendo l’invito di papa Francesco anche le scuole cattoliche devono avere la consapevolezza che la priorità è uscire. “Questo significa” aggiunge “accogliere e, prima di tutto, accogliere chi ha più bisogno. Se noi scegliamo una proposta educativa intelligente e dal profilo alto credo che, anche con l’arrivo dei nuovi italiani, non solo non perderemo nessuno, ma risponderemo in maniera netta a chi definisce le nostre realtà un mondo chiuso. In questo scenario l’integrazione è una della sfide più importanti che ci aspettano”. La presenza della scuola cattolica significa in chiave civile la possibilità di scegliere. “Non siamo mossi da una logica interna” spiega l’arcivescovo “ma dal fatto che delle scuole cattoliche c’è bisogno. Ci caratterizza una convinzione: che il nostro è un pane buono capace di rispondere a una fame che c’è e deve diventare migliore. Per questo le materne paritarie cattoliche devono diventare sempre di più luoghi familiari con al centro un sistema di relazioni. Nel quale genitori e figli sono parte essenziale della scuola stessa”. “Noi abbiamo alle spalle una storia di passione e di generosità” è la conclusione dell’arcivescovo “che dobbiamo giocare dentro la trasformazione in atto, se no rischiamo di perderla. Nel segno di una laicità profonda che già c’è, ma è da incrementare. E di una identità che non ha paura di stare per strada e di confrontarsi con il mondo”.